Kind of Miles

Louis Armstrong una volta alla domanda “Cosa è il Jazz?” rispose “Se lo devi chiedere, non lo saprai mai”. Probabilmente potrebbe dire lo stesso Paolo Fresu parlando della sua musica che fa riferimento alle sensazioni che provoca, alla sua dinamicità e libertà, al forte legame con l’improvvisazione. Fresu è sicuramente un grande musicista jazz ma personalmente lo apprezzo, oltre che per le sue magnifiche capacità musicali, per la voglia di comunicare, l’umiltà, la sincerità e la simpatia. Sono queste le sensazioni che mi trasmette: dai primi anni 90 quando, lavorando spesso a Bologna, lo incontravo in cantine e piccoli locali, e negli anni successivi in contesti (a.e. Umbria Jazz) e con compagni di viaggio (a.e. Uri Caine) sempre più prestigiosi. Solo negli ultimi mesi l’ho visto dal vivo moltissime volte: a Chiavari assieme al suo Devil Quartet, a Fiesole con Galliano e Lundgren e recentemente a Genova. In ogni contesto è sempre evidente la sua voglia di raccontare, condividere le gioie della musica, inviare un messaggio di pace, improvvisare assieme al pubblico sempre diverso e creare una serata musicale ogni volta unica. In questo periodo, oltre ad omaggiare l’amica Ornella Vanoni per il suo commiato dal mondo con un classico del cantautorato italiano (L’appuntamento) ed uno dell’amato Gino Paoli (Senza Fine) e chiudere le Olimpiadi Invernali a Verona intonando l’Inno Nazionale, è in giro per l’Italia con un bellissimo progetto: Kind of Miles.

Proprio questo spettacolo teatrale, prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano e destinato a un tour pluriennale, ho avuto il grande piacere di vedere a Genova presso il Teatro Ivo Chiesa i primi di febbraio. Dal titolo è evidente l’omaggio a Miles Davis nel centenario della sua nascita, l’immenso musicista a cui tutti i trombettisti sono debitori e che ha rivoluzionato la musica, tutta non solo quella jazz; se il filo conduttore di tutta la serata, un mix di musica, immagini, racconti, è sicuramente Miles Davis, Fresu non dimentica molti altri importanti musicisti tra i quali uno dei suoi preferiti, Chet Baker al quale ha dedicato tante canzoni ed il progetto “Tempo di Chet” qualche anno fa. Tra monocromatiche e sognanti immagini che fanno da sfondo ai musicisti sul palco, Fresu ci racconta le sue prime esperienze musicali quando in Sardegna iniziò a suonare nella banda del paese fino alla folgorazione per il jazz, una musica che non conosceva ma che iniziò ad amare, copiare ostinatamente, assimilare. Fino ad arrivare ai grandi maestri del genere. Dice Fresu: “Chet Baker e Miles Davis sono stati i miei artisti di riferimento, due artisti che ho molto amato e ai quali mi sono sentito molto vicino. Miles ci ha insegnato ad andare sempre avanti. Credo che in questo momento storico, al di là dell’estetica, ci sia un bisogno impellente di vedere oltre le cose. Forse saranno proprio la visionarietà, la poesia e il coraggio a darci la possibilità di salvare il pianeta”.

Sul palco con Fresu ci sono Bebo Ferra (chitarra elettrica), Christian Meyer (batteria), Dino Rubino (pianoforte e Fender Rhodes), Federico Malaman (basso elettrico), Filippo Vignato (trombone, multieffetti, synth), Marco Bardoscia (contrabbasso) e Stefano Bagnoli (batteria) che, pur suonando assieme, rappresentano due vere e proprie band dedicate al Miles acustico fino agli anni 70 (quella di sinistra) ed a quello elettrico (quella di destra). Una grande idea architettata da Fresu per rendere il suo racconto di Miles Davis preciso e fedele nell’interpretazione di alcuni standard ma ispirato e musicalmente pieno nell’interpretazione di pezzi scritti appositamente per lo spettacolo. Miles Davis viene raccontato anche attraverso aneddoti, il contesto razzista dell’America degli anni 50, le sue stravaganze, la sua cornetta rossa e il rapporto con i suoi musicisti, la voglia di andare sempre avanti, sperimentare, essere curioso della nuova musica che negli anni 80 stava emergendo senza mai discriminare la musica pop, hip, rap ma anzi essendone estremamente attratto.
Dice ancora Fresu: “Miles Davis ha lasciato un segno importante, non solo da un punto di vista musicale ma anche come proiezione artistica che ha abbracciato diverse arti ed ha aperto tante porte dove noi oggi siamo potuti entrare; questa è una lezione importante per noi artisti contemporanei nel momento in cui il nostro ruolo non deve essere solo quello di creare della bellezza ma di provare a nostra volta ad aprire porte in cui i musicisti del futuro potranno entrare”.
Paolo Fresu, sul palco con la sua tromba, il suo flicorno, la sua band, riesce perfettamente in un’ora e mezzo a raccontarci il mito di Miles Davis dal be-bop degli anni 40-50, alla rivoluzione di Birth of the Cool di fine anni 50 e del successivo capolavoro Kind of Blue, entrambi con il supporto dell’altro rivoluzionario della musica jazz, John Coltrane; il racconto continua, senza ovviamente avere la pretesa di essere completo, con la svolta elettrica e le incursioni di Miles nella fusion con due altri capolavori come In a Silent Way e Bitches Brew e poi il funambolico Tutu elettrico ed avanguardista, prima della prematura scomparsa del Principe delle Tenebre a soli 65 anni.

Spettacolo assolutamente imperdibile per tutti gli amanti del jazz e delle storie ben raccontate: per chi non riuscisse a vederlo consiglio l’ascolto dell’omonimo disco doppio (ed. Tuk, 2025) che contiene 15 canzoni magnificamente suonate da Fresu e dalla medesima band dello spettacolo.Personalmente non mi sono fatto mancare nessuna delle due esperienze, arricchite da un caloroso saluto a Paolo che mi ha firmato il disco all’uscita del teatro.


Davide Palummo, Febbraio 2026

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