Per non dimenticare: Massimo Urbani

Lunedì 3 Luglio 2023

Esattamente 30 anni fa ci lasciava Massimo Urbani, un magnifico musicista che ad oggi continuo a considerare uno dei migliori sassofonisti del ricco panorama jazzistico italiano. Per chi non lo conoscesse, spero che questo breve pezzo sia lo stimolo per cercare i suoi dischi … sono certo che sarà una gran bella scoperta!
Vorrei evitare di raccontare la sua storia, fornendo quelle informazioni anagrafiche che tutti possono facilmente trovare sulla rete o su alcuni libri (come ad esempio quello di Carola De Scipio “Vita, Morte e Musica di Massimo Urbani” del 1999): sono sicuramente importanti da conoscere ma vorrei raccontarvi il mio Massimo Urbani e quali sono le fonti che, a mio parere, raccontano meglio il personaggio e la sua musica con un approccio quasi storiografico.
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Nonostante sia morto giovanissimo, a 36 anni, ci ha lasciato molto per comprendere appieno la sua musica. Per quanto mi riguarda le due fonti principali sono un film ed un disco: si tratta di “Massimo Urbani nella Fabbrica Abbandonata”, un video documentario, e l’album “The Blessing”.
Il video di circa 40 minuti, realizzato con la regia di Paolo Colangeli, è facilmente reperibile su YouTube.

Si susseguono varie sequenze montate utilizzando opere d’arte murali, riprese nell’ex pastificio Pantanella sulla Casilina con Urbani che suona in solitario, fotografie, concerti d’archivio, scorci di Roma, interviste al musicista e a chi gli è stato vicino. Dal video a mio parere emergono soprattutto la maturità artistica e in contrapposizione la debolezza caratteriale del giovane sassofonista. Dal punto di vista musicale infatti siamo di fronte ad un artista geniale, completo che ha assorbito le lezioni dei grandi personaggi del jazz che ha ascoltato e studiato sin da ragazzo (mi riferisco soprattutto a Johnny Griffin, Phil Woods, Charlie Parker, Albert Ayler e John Coltrane); sono evidenti anche le tracce dei maestri con i quali ha collaborato (come Giorgio Gaslini, Enrico Rava, Chet Baker, Steve Grossman per citarne solo alcuni) e che gli hanno permesso di costruire uno stile ed un fraseggio del tutto personali e poter passare in modo disinvolto dal be-bop al free. Da una parte quindi un musicista baciato dalla fortuna per aver potuto suonare fin da ragazzino sui più importanti palcoscenici jazz del mondo (New York, Nizza, …) e dall’altra un introverso e debole ragazzo di borgata affascinato ed allo stesso tempo vittima della droga: da questo mix però nascono sonorità ammalianti su rivisitazione di standard (bellissimo Estate di Bruno Martino) o pezzi originali (dedica magnifica a Charlie Parker in Blues for Bird).
Molta la musica reperibile sul mercato che testimonia spesso la presenza di Massimo Urbani ai mille festival italiani, più o meno importanti, ed altre volte veri e propri progetti discografici. Tra questi il mio preferito è The Blessing del 1993, l’anno della sua morte (edito dalla emerita Red Records). Registrato con alcuni dei suoi compagni d’avventura come Danilo Rea (pianoforte), Giovanni Tommaso (basso) e Roberto Gatto (batteria) e suo fratello Maurizio (sax tenore) in un paio di pezzi e con il titolo che aveva scelto ma che non potrà mai vedere sulla copertina del disco. Registrato a Roma nel febbraio del 93, è la testimonianza dell’apice dell’espressività di Massimo Urbani. Da ascoltare tutto, con attenzione, rispetto e moltissimo piacere: ci mostra un Urbani ispiratissimo, a suo agio con i compagni d’avventura, e ci propone alcuni pezzi originali suoi o di Gatto e Tommaso, alcuni standard di Bob Haggart (What’s New), di Matt Dennis (Everything happens to me, The Way you look tonight) e My Little Suede Shoes del suo amato Charlie Parker. Un disco veramente godibilissimo con Massimo Urbani rilassato ed al massimo delle sue capacità.
Certo il mercato musicale è strano, ancor di più quello del jazz… dimentica velocemente, apprezza solo a posteriori… io riascolto spesso i dischi di Massimo Urbani e continuo a pensare che sia stato veramente un grande interprete della musica jazz.
Riscopriamolo!

Davide Palummo, giugno 2023

DavideP
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BEST 2022: Live at Capitol Theatre

Lunedì 23 Gennaio 2023

La notizia della scomparsa di David Crosby mi arriva proprio quando stavo terminando la scrittura del pezzo BEST 2022, l’articolo che pubblico usualmente su queste pagine con la scelta del mio miglior disco dell’anno appena chiusosi: in questo caso la scelta era caduta su Live at Capitol Theatre proprio di David Crosby & The Lighthouse Band.

David Crosby & The Lighthouse Band

Con la tristezza nel cuore ho terminato il pezzo ma con ancora maggior convinzione di aver scelto un disco ma soprattutto un musicista degni di grande attenzione. The Lighthouse Band sono Becca Stevens, Michelle Willis e Michael League, tre musicisti con i quali Croz amava suonare fin dal 2016 quando aveva pubblicato l’omonimo disco Lighthouse seguito da Here If You Listen un paio di anni dopo. Credo superfluo raccontare chi sia David Crosby perché ha scritto la storia della musica rock: da metà degli anni sessanta infatti ha partecipato ad alcuni dei capitoli di maggiore interesse della musica americana come The Byrds (assieme a Roger McGuinn e Gene Clark) e CSN&Y (assieme a Stephen Still, Graham Nash e, ogni tanto, Neil Young). Per capire quanto sia importante Live at Capitol Theatre, che ormai purtroppo possiamo chiamare il suo ultimo lavoro, credo sia altresì interessante analizzare gli ultimi 25 anni della sua lunghissima carriera. Senza rinnegare le sue radici musicali e mantenendo fede ad una scrittura semplice e pulita, con l’ausilio di una voce per nulla intaccata dall’età, da metà degli anni novanta Croz mostra una rinnovata voglia di produrre ottima musica e lo fa accompagnato da giovani talentuosi musicisti. Nel 1998 inizia la breve ma intensa produzione dei CPR (abbreviazione di Crosby Pevar & Raymond) che corona il ritrovamento di suo figlio James Raymond, dato in adozione agli inizi degli anni sessanta. I CPR realizzano un paio di ottimi lavori (l’omonimo CPR ed il successivo Just Like Gravity) ed altrettanto apprezzabili registrazioni dal vivo (Live at Cuesta College e Live at The Wiltern) ma soprattutto dimostrano la capacità di Crosby di valorizzare giovani talenti e creare valide collaborazioni mettendo la sua esperienza al servizio della musica. Lo stesso succede successivamente con The Lighthouse Band ed arriviamo al disco da me scelto. Si tratta della promozione delle musiche già pubblicate in Here If You Listen nel 2018, registrazioni live avvenute dopo un tour sul territorio americano conclusosi proprio al Capitol Theatre di Port Chester, stato di New York. ll gruppo è fortemente orientato a sonorità acustiche considerando l’esperienza dei singoli: Michael League è infatti noto a molti per la sua militanza nella super band jazz/fusion di Brooklyn Snarky Puppy, Michelle Willis invece è una tastierista, cantante e autrice canadese con una lunga carriera come guest-vocalist per Iggy Pop, Michael McDonald e molti altri mentre Becca Stevenson è una cantante, cantautrice e chitarrista jazz e folk. Certamente la voce più importante - anche perché inconfondibile e riconoscibilissima - è quella di Croz ma anche gli altri forniscono importanti contributi canori, tra tutti il migliore - a mio avviso - quello di Becca. Sono 16 i pezzi presenti nel CD dai titoli spesso noti ai conoscitori della musica di David Crosby, alcuni recenti altri storici e più datati; in tutti si nota l’affiatamento tra i quattro musicisti che riescono a tirar fuori 16 gioielli che dal vivo sono ancora più coinvolgenti che nella versione da studio. Il disco è tutto godibilissimo sin dall’apertura con The Us Below con la chitarra di Michael e la voce di David in grande presenza; segue 1974, una traccia demo perduta da tempo che Crosby ha tenuto per decenni nei suoi archivi e qui ce la ripropone lasciando la parte corale e strumentale ai compagni. Guinnevere ci riporta indietro di molti anni quando CS&N la incisero per la prima volta: qui la voce di David è delicatissima e si mescola benissimo con le altrettanto delicate sonorità create dai Lighthouse. Il cuore batte a mille alle prime note di Déjà Vu, riproposta da Crosby centinaia di volte dopo la sua pubblicazione nell’omonimo album di CSN&Y del 1970: qui la voce è decisa ma delicata con il supporto delle chitarre e soprattutto del piano di Michelle. Degnamente il disco si chiude con Woodstock, tre chitarre, un pianoforte, 4 voci…magnifica!

Qualche mese fa David Crosby aveva annunciato l’addio ai concerti con l’intenzione però di continuare a far musica fino a quando avesse potuto: questo disco, suo malgrado, rappresenta un testamento confermando la sua profondità come autore e musicista ma anche come artista che non ha mai, fino all’ultimo, rinunciato a produrre musica di altissima qualità. Sono convinto, comunque, che conoscere tutta la sua produzione sia importantissimo per apprezzare la musica rock alla quale il nostro ha dato un contributo fondamentale.

Davide Palummo
Gennaio, 2023

DavideP
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Blues & Soul Festival 2022 Sestri Levante (serata #2)

Giovedì 21 Luglio 2022

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Quest’anno il cartellone del Sestri Levante Blues & Soul Festival è stato particolarmente ricco: infatti dopo la splendida serata del 6/7 aperta da Cek & The Stompers e continuata con Andy J Forest è stato programmato un altro appuntamento nell’area musicale di New Orleans. Gli organizzatori dell’evento, infatti, sono riusciti a portare a Sestri Levante un interessante artista come Anders Osborne, in Italia per varie date (Narcao Blues Festival, Buscadero Day, Dal Mississippi al Po Festival) sulla scia di molti americani che sbarcano qui da noi nel periodo estivo. Ma andiamo per ordine e vediamo cosa ci ha riservato la serata.
Sul palco salgono i Superdownhome: ma cosa c’entrano con questo programma? Prima di tutto suonano blues, poi girano spesso per gli USA ed in particolare a new Orleans e, ultimo ma non meno importante, sono stati prodotti recentemente proprio da Anders Osborne, nonostante siano italiani. I Superdownhome sono un gruppo minimalista non solo perché composto da soli due musicisti ma anche perché entrambi suonano strumenti ridotti all’osso. Beppe Facchetti è seduto davanti ad una batteria composta da ben pochi tamburi e piatti ma riesce lo stesso a creare un ritmo incalzante in tutti i brani; Henry Sauda suona la chitarra, una convenzionale ma ne predilige un paio a corde ridotte (una con tre ed una addirittura con solo due corde) che si annoverano nella famiglia delle home-made guitars (una Cigar Box ed una Diddley Bow, per la precisione): il sound prodotto è muscolare, semplice ma potente come il blues delle origini. Il gruppo è attivo dal 2016 e da allora è cresciuto molto soprattutto grazie ad importanti collaborazioni con musicisti americani di primissimo piano come Popa Chubby, Charlie Musselwhite, Dennis Greaves e Mark Feltham dei Nine Below Zero. A Sestri Levante presenta alcuni brani provenienti dall’ultimo disco No Balls, No Blues Chips (pubblicato in piena pandemia) e dal precedente Twenty-four days. Sintonia perfetta, suono sincopato, potente con forti basi di rural blues, lezioni imparate da due grandi musicisti come Seasick Steve and Scott H. Biram dai quali hanno tratto grande ispirazione.

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Concluso l’opening act, viene annunciato l’arrivo sul palco di Anders Osborne che si presenta da solo con la sua chitarra e le sue armoniche; tipo simpatico, intrattiene il pubblico mentre si prepara, sottolinea che la serata è più calda di una tipica serata in Louisiana, litiga con la tracolla della sua chitarra che in realtà è una semplice corda bianca e scambia qualche battuta con un strana e sempre sorridente (forse meglio dire sonoramente sghignazzante) tipa americana che poi scopriamo aver prenotato il biglietto per la serata direttamente da New Orleans.

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Nato in Svezia ma trasferitosi successivamente negli USA, Anders Osborne è noto come “il poeta laureato della Louisiana” proprio per sottolineare la sua ampia cultura e capacità di scrittura; tali doti, assieme al suono della sua chitarra, sono alla base di canzoni intense, legate alla tradizione che riescono a fondere root music, folk e blues tanto da far meritare al nostro parecchi premi. La sua carriera musicale inizia nel 1995 e da quell’anno si susseguono molti concerti negli Stati Uniti e conseguenti contratti con case discografiche dalla crescente importanza partendo dalla Okeh Records per passare a Shanakie Entertainment, PolyGram, Universal, Alligator e molte altre. Il suo legame con New Orleans è strettissimo e si coglie chiaramente nei suoi ultimi lavori: Flower Box (2016), Buddha & The Blues (2019) e Orpheus and the Mermaids (2021). Da questi album sono tratte la maggior parte dei brani presentati nella serata. Veramente interessanti Born to Die Together con ritmo quasi raggae, It Can’t Hurt you Anymore dove sono presenti sonorità alla Neil Young, Pass on by triste e compassata, Jacksonville to Wichita che potrebbe essere uscita dalla penna del miglior Jackson Browne. Da tutte le canzoni traspare grande cultura musicale, padronanza assoluta del contesto sostenuto con solo canto e chitarra, grande capacità di scrittura.
La serata si chiude con un paio di pezzi accompagnati dai Superdownhome con i quali è evidente una completa sintonia.
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Anche quest’anno grande musica sul palco del Sestri Levante Blues & Soul Festival.

Davide Palummo, luglio 2022
Foto di Stefano Dei

DavideP
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Blues & Soul Festival 2022 Sestri Levante (serata #1)

Sabato 9 Luglio 2022

Blues & Soul Sestri Levante 2022
Anche quest’anno si ripete la tradizione del Sestri Levante Blues & Soul Festival, tradizione a cui siamo abituati ormai da oltre 30 anni; sembra una macchina ormai avviata e che proceda autonomamente ma in realtà dietro all’organizzazione dell’evento c’è un grande lavoro, svolto con passione e professionalità: in particolare di Gabriele Dellepiane (direzione artistica), di Luigi Di Lorenzo (patron storico) con il supporto dell’amministrazione locale (Comune e MediaTerraneo Servizi), della Italian Blues Union e di alcuni sponsor. L’apertura della serata è in carico a Cek & The Stompers un trio mininale basato su washboard (Annalisa Favero), contrabbasso (Alessandra Cecala) ed il titolare Cek Franceschetti alle chitarre e voce. Cek è un personaggio singolare, proveniente da un paesotto sul Lago d’Iseo che riesce bene a calarsi nel ruolo del bluesman, amalgamando le umide ambientazioni lacustri con quelle paludose della Lousiana. Ha maturato il suo particolare sound e capacità di scrittura attraverso moltissime collaborazioni e concerti in giro per gli Stati Uniti dove ha condiviso il palco per anni con Lousiana Red, il grande bluesman dell’Alabama noto per la sua canzone “Sweet Blood Call” scomparso una decina di anni fa.
Recentemente ha pubblicato un nuovo album “Sarneghera Stomp” ispirato alle tipiche e violente tempeste di lago (sarneghera) metafora del recente sconvolgimento dettato dalla pandemia.
Cek a Sestri Levante
Cek sul palco è spontaneo, suona con perizia la sua chitarra resofonica e canta come fosse in un bar di New Orleans aiutato dalla torrida serata di Sestri Levante; suono e canzoni semplici supportate da washboard e contrabbasso ma autentiche, polverose, che arrivano al cuore, come devono essere le canzoni blues: Chicks And Wine, Home Lake Blues e Maybe Tomorrow sono forse le migliori canzoni della serata comunque veramente interessante e ben accolta dal pubblico.
Lo spettacolo continua con la Andy J Forest Band: Andy sale sul palco con il suo panama in testa e per presentarsi fa una giratina tra la gente suonando l’armonica; risalito sul palco, saluta in italiano e comincia a suonare al fianco del chitarrista Leo Ghiringhelli, del bassista Andrea Caggiari e del batterista Pablo Leoni.
Andy J Forest a sestri Levante
Andy J Forest è un virtuoso dell’armonica che da molti anni gira il mondo, pubblica dischi e saltuariamente è prestato al cinema ed alla televisione. Viene da New Orleans e le influenze cajun, soul, rock sono evidentissime nel suo blues fatto di grandi canzoni, una bella voce, evidenti capacità musicali e sicuramente un modo naturale di stare sul palco e coinvolgere le persone. Completano il quadro della sua personalità musicale le importanti collaborazioni con Willi De Ville, Taj Mahal, James Cotton e moltissimi altri anche in Italia come Zucchero, Bennato e Finardi. Molte le canzoni provenienti dai suoi ultimi lavori come NoTown Story del 2010 e Real Stories del 2007 con il quale ha vinto il premio Best Blues CD al “the Best of the Beat Award” di New Orleans. Bellissime e coinvolgenti le canzoni Breach in the Leeve (che rammenta alcuni tragici momenti dell’uragano Katrina), Crazy Legs (con grande assolo con armonica), Voodoo Lips (ballata ritmica del sud) e The Moon of June (sonorità alla Cab Calloway).
Grande serata di blues, grande serata di musica nella calda estate di Sestri Levante.

Davide Palummo, luglio 2022
Foto di Stefano Dei

DavideP
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Blues & Soul Festival 2021

Giovedì 24 Giugno 2021

Banner Blues & Soul Festival 2021

Il Festival Blues & Soul di Sestri Levante è una tradizione di oltre 25 anni: è nato dalla passione e dall’impegno di molte persone del territorio che hanno ben pensato di promuovere la cultura, la musica ed il lavoro. Vanno sicuramente citati il patron storico dell’evento Luigi “Dillo” Di Lorenzo, il direttore artistico Gabriele Dellepiane ed il supporto del giovane esperto di musica Niccolò Villani; attorno a loro il Cinema Ariston, la Fondazione Mediaterraneo, il Comune di Sestri Levante e, ultima ma non di meno importanza, la Italian Blues Union. La loro abnegazione ha permesso negli anni concerti di importanti musicisti internazionali (a.e. Mike Zito, Kirk Fletcher, Pete Pearson, Otis Grand), nazionali (a.e. Fabio Treves, Paolo Bonfanti, Big Fat Mama, Fabrizio Poggi, Francesco Piu) e locali (a.e. Guitar Ray, The Gamblers, Daniele Franchi) e creato amicizie e collaborazioni che hanno dato, e continuano a dare, grandi risultati.
Questa tradizione si è ripetuta anche quest’anno nella serata del 21 giugno, in concomitanza con la Festa della Musica. Questa edizione è stata veramente speciale sia perché stanno iniziando timidamente a sciogliersi le restrizioni imposte dalla pandemia sia perché la voglia di musica dal vivo è tantissima, del pubblico ma anche dei musicisti ed operatori tutti. Il programma è stato ricchissimo e variegato. Sul palco si sono susseguiti due grandi band, è stata fatta una connessione live con artisti oltreoceano, proiettato un video…ma andiamo per ordine.
Il bravo Niccolò sul palco ha introdotto la serata facendo subito riferimento al progetto 20 Storie in Musica voluto dalla AIPFM (Festa della Musica Italia), in collaborazione con la Rappresentanza in Italia della Commissione Europea e con la Italian Blues Union
(https://www.20storieinmusicapernondimenticare.it/): il progetto prevede 20 brani inediti prodotti da altrettanti artisti legati a 20 delle nostre regioni sul tema “Per non dimenticare”, un omaggio alle tante vittime del COVID che ha duramente colpito soprattutto gli anziani. E gli ospiti della serata, oltre ad essere accomunati dalla passione per il blues e l’amore per la nostra regione, hanno tutti partecipato al suddetto progetto. La Fabio Marza Band è la prima chiamata sul palco ad aprire la serata. Il leader Fabio Marzaroli (chitarra, voce) è accompagnato da Fabio Mellerio (basso, voce), Max Ferraro (batteria) e Valentina Brozzu (voce). Band interessante, matura, con grande esperienza e tanti concerti sulle spalle. Il sound è teso, classico blues spesso tendente al rock ma con venature soul evocate dalla bella voce di Valentina che, nonostante giovanissima, mostra una grinta alla Janis Joplin. Molti i brani dall’ultimo disco Strange Door e chiusura con la canzone che partecipa al progetto 20 Storie in Musica in rappresentanza del Piemonte, Sfumature di Blue, con il supporto di Paolo Bonfanti.

Marza al Blues & Soul Festival 2021

È il momento del collegamento con Paul Reddick e Tony D. dal Canada: i due raccontano del loro amore per l’Italia (Tony è originario dell’Abruzzo) e della partecipazione al progetto: presentano infatti subito il pezzo One More Day realizzato con The Gamblers, in rappresentanza della Liguria, attraverso una clip che vede i musicisti suonare a distanza con intramezzate immagini degli amici liguri.

Proprio The Gamblers, la band nostrana capitanata da Gabriele Dellepiane che vanta importanti esperienze nazionali ed internazionali, hanno portato in Italia Paul Reddick molti anni fa ed iniziato con lui una interessante e continuativa collaborazione che recentemente ha visto la realizzazione del disco Alive in Italia.
Si continua con la musica live con l’arrivo sul palco della Paolo Bonfanti Band. Il leader Bonfa (chitarra, voce) è accompagnato da Roberto Bongianino (fisarmonica), Nicola Bruno (basso) e Alessandro Pelle (batteria). È l’occasione per presentare dal vivo il disco Elastic Blues pubblicato nel novembre scorso in concomitanza del 60-esimo compleanno di Bonfanti: non si tratta in realtà solo di un disco ma di un libro-disco, una sorta di bilancio da leggere ed ascoltare delle esperienze di uno dei nostri migliori musicisti nell’area blues, che chiama attorno a sé i tanti amici che ha incontrato durante la sua carriera.

paolo Bonfanti al Festival B&S di Sestri Levante 2021

La band è affiatatissima, tutti professionisti, esperti e studiosi dei loro strumenti, amici: rompe il ghiaccio con la dirompente Alt! per poi passare alla genovese Sciorbì/Sciuscià; per presentare We’re still around, Bonfanti ricorda Piero De Luca, l’amico recentemente scomparso, con il quale ha condiviso la prima esperienza musicale da professionista con la band Big Fat Mama; seguono I can’t find myself e Where do we go (così comincia un discorso di Martin Luther King? un caso…) che raccontano dei misteri della vita e delle domande che tutti ci facciamo senza trovare risposte. Qui finiscono i brani da Elastic Blues, degnamente rappresentato e promosso. Bonfanti continua a chiacchierare con il pubblico e vuole ricordare la tragedia (omicidio, a sua detta) del Ponte Morandi (lui genovese, vissuto proprio nel quartiere sotto il ponte) con il brano Over’s Under scritto qualche tempo fa con Martino Coppo: il brano inizia con agghiaccianti rumori creati ad arte dal basso di Bruno e prosegue come una malinconica ballata blues. E’ tempo di omaggiare due idoli di Bonfanti come Bob Dylan (con Absolutely Sweet Marie) ed i Rolling Stones (con Exile on Main Street) per avviarci alla fine. Magnifica serata di grande musica di cui tutti abbiamo bisogno, ora più che mai, nella cornice di una perfetta organizzazione - persone, luogo, tempi, suono - non comune.

Davide Palummo, giugno 2021

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METTICI L’ORECCHIO: I MIGLIORI DEL 2020

Giovedì 31 Dicembre 2020

Solito giochino di fine anno per mettere insieme gli ascolti e suggerire qualcosa da ascoltare. E’ anche un modo per sublimare (o esorcizzare) l’anno: qualcosa di buono ci sarà pure stato….

1 - CHRIS STAPLETON - STARTING OVER

E’ ormai una stella di prima grandezza, e lo si immaginava, ma questo nuovo album di CHRIS STAPLETON (che in fin dei conti è solo il terzo della sua carriera, ricordando che From a Room è un doppio episodio della stessa narrazione) supera i precedenti, anche il potente esordio di The Traveller. Cold è un pezzo da brividi, come Watch You Burn e Hillbilly Blood. I confini del suo mondo sono tra i Creedence (e infatti lui reinterpreta Joy of My Life di Fogerty) e la Band. Voce da brividi e suoni grezzi e sinceri. Sicuramente il miglior disco dell’anno!

2 - BLACKIE AND THE RODEO KINGS – KINGS OF THIS TOWN

Il trio canadese Colin Linden, Tom Wilson e Stephen Fearing è una forza poderosa nel panorama musicale nordamericano: tutto confermato con brani come Walking of Our Grave e con la waitsiana baby I’m Your Devil. Il finale, da brividi, è con Grace, ballata in punta di voce che esprime la domanda su quale mai sia il mistero che muove le nostre vite.

3 - JASON ISBELL – REUNIONS

Ormai definitivamente entrato nel novero dei gandi autori americani, JASON ISBELL in strepitosa forma produce un disco pieno di paure, ombre, riflessioni, sofferenze d’amore e di famiglia. Overseas è strepitosa, ma tutto il disco travolge come una tormenta e accarezza come bourbon.

4 - DRIVE BY TRUCKERS – THE UNRAVELING

Band impredibile, i DBT di Patterson Hood e Mike Cooley raccolgono sempre come spugne tutto il bello e il brutto della vita a Sud del Tenneessee, rimasticando tradizioni, suoni e valori che erano del southern rock e dell’alternative country. Ogni loro disco è un piccolo evento, zeppo di fastidio sociale e di rabbia politica, ed anche questo ultimo loro lavoro non sfugge alla regola: ascoltare Waiting for Resurrection, Heroin Again, Thoughts and Prayers ne sono la conferma

5 - TREY ANASTASIO – BURN IT DOWN

Il chitarrista dei Phish ha proposto nel 2020 una cascata di idee e musiche: prima il disco della band, poi (pochi giorni fa) un insieme di inediti realizzati con Page McConnell (tastierista della band). Ma soprattutto ha prodotto questo BURN IT DOWN registrato in tour con la Trey Anastasio Band. About to Run e Dark and Down sono da brividi, ma pure alcuni suoi classici (First Tube, Plasma, Love is Waht We Are) sono da applausi.

6 - WALTER TROUT – ORDINARY MADNESS

Tra gli over-60 è TROUT il chitarrista rock-blues più cocciutamente fedele alle radici. Pochi fronzoli e nessuna concessione al divertissment, tanta chitarra e buona scrittura. Sempre tagliente e cattivo, Walter Trout non trova riposo e conferma che i guai di salute (per fortuna superati) hanno restituito al blues un musicista ancora più motivato che nel passato.

7 - EINSTURZENDE NEUBAUTEN – ALLES IN ALLEM

La formazione berlinese di BLIXA BARGELD, simbolo concettuale, sperimentale ed artistico di tutti i rumorismi rock, torna con un disco a sei anni dal precedente Lament. Come sempre idee e creatività inarrivabili, citando lo spirito del tempo (Ten Gran Goldie), la morte di Rosa Luxembourg, le città, gli amori, le radici (Tempelhof, Wedding). Dovendo parlare di “musica colta” o di “rock intellettuale”, nessuno (forse) arriverà mai alle loro vette, unendo sempre intelligenza, ritmo, soluzioni inattese, provocazioni (non più selvagge come negli anni ’80) sublimi.

8 - SUPERSUCKERS – PLAY THAT ROCK’N'ROLL

A mezza via tra i Georgia Satellites e i Ramones, i Supersuckers di “Eddie Spaghetti” sfornano il miglior disco di puro rock’n’roll del 2020, con grandi ritmi, chitarre a mille, atmosfera che eccheggia gli ZZTop. Undici pezzi facili sempre incerti tra country e garage, da sentire a volume esagerato: la titletrack è puro trascinamento rocckettaro, mentre la rivisitazione di Dead, Jail or Rock’n’roll (dagli Hanoi Rocks) vale da solo l’applauso.

9 - VICTOR WAINWRIGHT – MEMPHIS LOUD

Con quel suo pianoforte che alterna ballate, honky tonk e soul-blues di grande fascino, il buon Victor Wainwright non tradisce giungendo ad una nuova prova eccellente (la quarta da quando è “emerso” dalle autoproduzioni). Canzoni trascinanti, con sentori di big band e di Dr. John (Golden Rule, Sing, Memphis Loud) con in cima due perfette slow ballads (Recovery, Disappear) ed una band che sostiene il piano-man con enorme feeling. Ma il suo stile sulla tastiera è il vero marchio di fabbrica aziendale…..

10 - STEVE HOWE – LOVE IS

C’è tanta sensibilità e sapienza progressive nel nuovo disco di STEVE HOWE, monumento chitarristico intramontabile. Il prog e il folk, le venature di decenni di palchi e di meditazione filosofica entrano con cura in Love is a River, canzone perfetta, ma anche nel resto della produzione. Un anno fa Jon Anderson aveva realizzato il magnifico 1000 Hands: i due sono pronti per ritrovarsi?

11 - ALLMAN BETTS BAND – BLESS YOUR HEART

Sarà che sono straconvinti di dover prendere a tutti i costi l’eredità dei genitori (Allman Brothers Band), sarà che non hanno ancora la continuità e la maturità per staccarsi dall’eredità pesante, rimane il fatto che la ALLMAN BETTS BAND è ancora… incompiuta. Bellissima quando suona liberamente (Pale Horse Rider, Ashes of My Love, Southern Rain), dove soffia il vento del rock degli ultimi 60anni. Un po’ ingessata quando ricade nell’inevitabile citazione (Savannah’s Dream), che per fortuna è ben suonata…..

12 - BOB DYLAN – ROUGH AND ROWDY WAYS

Un disco per dire che …. lui rimane il riferimento musicale di tutti, a qualsiasi età e cultura. Detta senza troppe scuse, Bob Dylan aveva infilato una serie di produzioni che avevano senso nel personale percorso di rilettura della storia della canzone americana, ma che all’ascolto peccavano di utile noiosità (Shadows in the Night, Fallen Angels, Triplicate). Con il nuovo disco Dylan riconferma di essere quello che nessuno potrà mai negargli: la massima vetta contemporanea di quella cultura artistica che chiamiamo musica. I Contain Multitudes è uno sguardo sul tempo e sulla vita che comprende Anna Frank e i Rolling Stones, Chopin e E.A.Poe. Giù il cappello.

13 - DAVID BROMBERG – BIG ROAD

Un monumento della musica americana (classe 1945) torna con un disco godibilissimo, sempre con le radici ben piantate nel country e nel bluegrass (come dimostra il pezzo dedicato a George Jones, Conway Twitty e Merle Haggard). DAVID BROMBERG firma un paio di capolavori emozionanti: Loving of the Game e soprattutto l’epica Diamon Lil, ballata lunghissima che pare venuta dal miglior catalogo di Van Morrison, con il suggerimento amichevole che “un uomo non dovrebbe mai scommettere, più di quanto possa accettare di perdere…”.

14 – JOE LOUIS WALKER – BLUES COMIN’ ON

Più o meno nello stesso periodo Dion e JOE LOUIS WALKER hanno fatto uscire un disco con collaborazioni celebri. Ovviamente sono due dischi blues (strano per Dion, meno per Walker). Il disco più riuscito è quello del californiano Walker. Ci sono dentro Clapton, Eric Gales, Albert Lee, Keb Mo e Waddy Watchell tra gli altri. C’è tanto blues, ma alternato a sprazzi di soul e pop, in ottima qualità complessiva. Non è un disco “purista” ma si sente con grande piacevolezza: ascoltare Blues Comin’ On, Seven More Steps e Old Times Used To Be per credere.

15 – WHISKEY TREATY ROADSHOW – BAND TOGETHER

Una sorta di supergruppo, che miscela scrittura, voci e chitarre di differenti songwriter legati al folk, al country, all’americana. Bel disco, soprendente nel suo piccolo: Pass the Peace, I Bet the World e soprattutto Following Your Tears aprono squarci di speranza romantica sul mondo. I cinque del Massachussets - Greg Smith, David Tanklefsky, Billy Keane, Chris Merenda, and Tory Hanna - hanno creato un disco di folk, di roots music venata di gospel-blues e di passione come non se ne sentono tanti….

16 – JOSHUA RAY WALKER – GLAD YOU MADE IT

Voce adolescente su un corpo extralarge: Joshua Ray Walker è una delle rivelazioni dell’anno. La sua Voices è una canzone sul tormento del suicidio, raccontata con sorprendente purezza e dolore. Il disco è tutto da sentire e ruminare: il country passa di qui, da questo giovane texano che racconta di giovani sperduti, tra citazioni di Townes Van Zandt, influenze di Dwight Yoakam e suoni tra i Lynyrd Skynyrd e Garth Brooks. Le migliori sono User, Bronco Billy’s e D.B.Cooper.

17 - PHILIP SAYCE – SPIRIT RISING

Chitarrista canadese, apprezzato e protetto da giovanissimo da Jeff Healey, Sayce è cresciuto negli anni costruendo una via molto aggressiva e robusta al rock blues. Nell’elenco ormai interminabile di “nuovi Jimi” e “nuovi Stevie Ray”, il canadese si è ritagliato uno spazio distinguibile proprio per il tono sempre rovente e spesso maledetto dei suoi brani, che sfocia nella caotica e trascinante Wild e nell’atmosfera vodoo di Awful Dreams.

18 - FLOWER KINGS – ISLANDS

Disco di puro progressive anni 70, questo prodotto della band svedese fondata da Roine Stolt (già con i Transatlantic e con mille altri) è un omaggio concettuale all’epoca Yes-Genesis-ELP. Suonato con perizia - ma questa è un’ovvietà, visto il genere - il nuovo disco dei Flower Kings ha idee e buona scrittura, fin dall’iniziale Racing With Blinders On, fino a Tangerine e Solaris. Melodicamente ricchissimi, spesso vicini al modello Big Big Train, fortunatamente evitano i territori del metal e si fanno quindi apprezzare anche da chi ha adorato la PFM o i Gentle Giant….

19 – CHUCK PROPHET – THE LAND THE TIME FORGOT

Distinguibile in tutto e per tutto, dalla voce ai suoni, Chuck Prophet continua il suo percorso di folk-rock psichedelico e ben piantato nei Sixties, tra il fantasma dei Birds e lo stile di Ray Davies. Un suo album è da sentire d’infilata: il tempo non è mai passato ed anche questo nuovo album (il 15° da solo, sostanzialmente tutti dopo i Green on Red) lo conferma: Best Shirt On sembra un pezzo di Ray Davies suonato dagli XTC, mentre Willi and Nilli, Meet me at the Roundabout e Nixonland fondono country e desert rock alla perfezione. Get off the Stage è il divertimento finale: ci vediamo alla prossima, con la solita ironia…

20 – BRUCE SPRINGSTEEN – LETTER TO YOU

Probabilmente il disco più significativo di Bruce Springsteen dalle Seeger Session (2006) ad oggi. Una canzone come House of Thousands Guitars vale da sola l’ascolto. Ma ci sono anche Letter to You, Ghosts, Burnin’ Train a completare l’opera. Sempre onesto e diretto: l’età gli pesa (come è naturale), ma la band suona come solo lei sa fare: ci sarà un tour con buona musica da non perdere nel prossimo biennio?

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