GONG: IL RITORNO DELLA TEIERA PSICHEDELICA


La premessa è d’obbligo: abbiamo rifatto RISONANZA, con un template “leggermente” più contemporaneo. Non che la cosa sia epocale, però ha il suo senso. E dopo parecchio tempo eccoci a pubblicare (anche se il buon Davide non ha mai smesso, bontà sua). Per il sottoscritto la prima occasione di tornare a scrivere qui è quasi obbligata: l’ascolto del nuovo album dei GONG.

Si dirà: ma senza Daevid Allen dove vogliono andare? E invece no. Già Rejoice era stato un bell’album ed anche The Universe Also Collapses e Pulsing Signals (quest’ultimo ottimo live) avevano confermato che la nuova formazione con Fabio Golfetti (chitarre), Klaus Torabi (voce e chitarre “alleniane”), Ian East (fiati) e Dave Sturt (basso) come driving force funziona e reinterpreta lo spirito del fondatore. C’è anche da aggiungere che la loro performance italiana al Porretta Prof Festival 2022 è stata davvero “spaziale”, un tutto psichedelico di fantastica intensità in cui tra l’altro avevano già presentato un pezzo dal loro nuovo disco (My Guitar is a Spaceship).

Ebbene: il nuovo Unending Ascending è la prosecuzione del mito, otto brani con radici nella storia della band e spazi galattici come prospettiva esterna. L’album si apre con tre brani legati in una consecutio spirituale (Tiny Galaxies, My Guitar is a Spaceship e Ship of Isthar) che dal vivo sono pensati come un unicum per circa 15 minuti di space rock psichedelico. La successiva O Arcturus conduce l’ascolto verso territori che sembrano suggeriti da Steve Hillage, mentre All clock reset ci riconduce verso tempi dispari e colorazioni che erano proprio dell’indimenticato Daevid Allen. Il gioco continuo e già ben noto tra aggressività sonora e spazi di libertà onirica è quello che continuamente si insegue tra i solchi dell’album ed i tre brani finale del nuovo lavoro Gong lo confermano: Chose Your Goddess è un’esperimento acido di prog in cui anche Ian East e Cheb Nettles (straordinario batterista) danno prova di ottimo amalgama; Lunar Invocation e Asleep Do We Lay sono la conclusione amtosferica di un disco che sicuramente non è un capolavoro epocale, ma che si fa sentire con gran godimento e soprattutto che fa venire voglia di un’immersione live che si spera non troppo lontana nel tempo.

Forse si potrebbe osservare che nel nuovo album manca la follia originaria dei “teapot” e degli “eggs”, le ordinarie allucinazioni narrative che rendevano ogni disco di Daevid Allen, Gilly Smith, Didier Malherbe, Steve Hillage, Pierre Moerlen e Theo Travis (solo per citarne alcuni) un curioso inseguimento di suoni, incubi, provocazioni e significati. In ogni caso Torabi, Golfetti, East e Sturt (che avevano lavorato con Allen nel 2014 per I See You), hanno imparato ampie zone del Daevid-pensiero e le mettono in scena con maestria e ispirazione. C’è sicuramente più “musica” che “invenzione” nel presente dei Gong, magari meno imprevedibilità (e meno suggestioni jazzate), poco Canterbury, ma comunque suoni fascinosi, splendidamente suonati e psichedelicamente catapultati verso chi ascolta. Voto alto, quindi. Ma il coronamento (come già detto) sarà live. Speriamo presto.

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