Non mi capita spesso di scrivere di giovani cantautori italiani. Per Francesco Picciano faccio un’eccezione. Un po’ per stima verso la sua capacità di scrittura, un poco per l’evidente qualità di un pop italiano che sfuma verso l’autorialità insolita, leggera, ma imprevedibile.
Picciano (che era leader dei RadioLondra e quindi è in circolazione dal 2012) ha pubblicato alcuni mesi fa il suo primo album, Zapotec, un lavoro in otto canzoni che ha senso e spessore e si fa ascoltare per bene e senza sforzo. Il contesto del suo discorso musicale, per fortuna, non è quello del “cantautorato indie”, bensì quello leggermente più godibile e nobile di Dalla, De Gregori, e finanche di Rino Gaetano. Ben suonato e prodotto da Max Corona con profusione di acustiche, ed il supporto degli archi di Federico Mecozzi (a lungo con Ludovico Einaudi), e con la batteria solida di Tommy Graziani (figlio di Ivan), il disco ha garbo, intuizioni e sapori autentici.
Si apre con L’ASTRONAUTA, un gioco poetico (“scivola l’aria, si abbracciano i pensieri, io e te, che cuore grande che hai”) che entra nelle orbite sonore vicine alla Donna cannone. Le chitarre folk di DNA (“non c’è niente da scartare di te, non c’è niente che non va di te”) confermano i debiti degregoriani di Picciano, mentre Adele (canzone con cui Francesco ha vinto il Premio Anacapri Bruno Lauzi), ci conduce verso sapori caraibici grazie ad una convincente linea melodica e con un arrangiamento azzeccato.
SE NON ME NE VADO è tra le migliori del prodotto, furbetta come un Rino Gaetano da classifica, capace di ripercorre i momenti (vissuti da tutti….) in cui “volevo parlarti di me, ma non ci sono riuscito, ritornerò quando finisce il buio”. La canzone fotografa i temi forti di tutto il disco: fragilità dei rapporti interpersonali, impalpabilità dell’amore, insicurezza nella possibilità di guardarsi sia dentro che fuori. Il brano di questo album che ha avuto più circolazione è FIGLIO, confessione del complesso compito di essere padre, soprattutto in mezzo ai propri limiti e difetti. Al testo ha contribuito anche DAVIDE RONDONI, che interviene come voce narrante in un ponte declamatorio efficace e intenso (“oh figlio mio amoroso artiglio….. per te ogni attesa ogni scompiglio…”). Gli ultimi brani di Zapotec sono ILARIA e L’ALTRO GIORNO, dove la scrittura prosegue nella sua radice evidentemente cantautorale, con la ballatona finale TI RICORDI, che risulta tra i migliori episodi dell’ellepì.
In questo disco il non più giovanissimo, Picciano (quarantenne romagnolo), gioca le sue carte puntando su di una capacità interpetativa ricca di immediatezza e freschezza, e sulla forza di una scrittura carica di fotogrammi provenienti da una quotidianità ancora incerta tra giovinezza e maturità, tra istinto e ratio.
Sensazione finale: Picciano è il buon frutto artistico di un epoca in cui non sempre si capisce dove andare a parare, cosa e chi si di debba amare, quando e come si possa costruire qualcosa che possa durare. Eppure il tutto, in un qualche maniera misteriosa, non conduce verso la lagnosità depressa, bensì verso un modo sereno ed anche scanzonato di guardare ai guai provocati da se stessi e dagli altri. Alla fine, quindi, Zapotec (album prodotto da Materiali Musicali) si offre come un prodotto disografico piacevole, cantabile e riascoltabile.
…. E buon 2026 a todos………..
Walter GattiLorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit. Ut elit tellus, luctus nec ullamcorper mattis, pulvinar dapibus leo.


