ZACH BRYAN: LA VITA, SENZA ABBELLIMENTI

Il ragazzo Zach Bryan non è certo nato oggi, visto che a 27 anni è già arrivato al suo quarto album. Nato ad Okinawa (Giappone) in una famiglia abituata a girovagare per via del lavoro nella marina americana, Zach ha fatto per anni il marinaio ed il pilota, finché ha deciso che le chitarre e le canzoni gli interessavano di più che la divisa. Ha esordito nel 2019 (a 22 anni) con un disco doloroso e luminoso dedicato alla madre e facendosi la classica gavetta in giro per gli States. Quattro anni dopo eccolo con un album, Zach Bryan, che lo sta già consacrando come uno dei più promettenti (o forse già confermati) interpreti di quel genere impalpabile che intreccia il folk, il country, l’americana (o come vogliamo definirlo) con l’ansia di trovare un posto nel mondo. Il nuovo disco è lunghissimo: sedici brani non sono pochi, anzi. Uno deve avere una buona confidenza e certezza sulla propria produzione per mettere a punto una durata così importante, con il coraggio di saper produrre qualcosa che non sia un noioso tentativo di ripetere sempre le stesse canzoni. E invece Zach fa centro. Il disco è ricchissimo di suoni acustici, di un cantato che a volte sembra orientarsi verso la vulnerabilità di Jason Isbell ed a volte verso la ruvidezza solitaria di Chris Stapleton (ed infatti i due sono, sotto parecchi aspetti, i suoi riferimenti più evidenti), di un’attitudine che oscilla tra la ballad springsteeniana e il country, tra Jackson Browne e Townes Van Zandt. Per farla breve: il disco è bello dall’inizio alla fine e merita l’applauso. Le migliori sono forse l’elettrica Overtime (che ottimamente paga l’influenza di Isbell), il ritmo subito contagioso di Spotless, e poi Tourniquet, Fear and Friday’s e la preziosa e arabescata Tradesman, tutti pezzi ben radicati nella tradizione culturale e sonora del racconto della vita solitaria dei ragazzi del Sud e del MidWest, tra vecchie auto, alcool e sogni disegregati e trasformate in delusioni. Ogni tanto c’è la bella aggiunta di alcuni ospiti centellinati, come in Holy Roller (con Sierra Ferrel) o come Hey Driver, in cui appaiono Michael Trotter Jr. e Tanya Trotter, vale a dire War and Treaty, il bel duo che quest’anno ha prodotto il bel Lover’s Game. Ma è il tono complessivo del disco che vale l’applauso: siamo di fronte ad un autore che sa miscelare i suoni, che sa costruire le canzoni, che ti porta in quell’universo di racconti in musica in cui contano le cose da dire ed il modo convincente ed emozionante di dirle. Come quando in East of Sorrow dice “Ha detto che il sole sorgerà domani, Da qualche parte sul lato est del dolore, Faresti meglio a fare le valigie a ovest, Metti in fuori il petto, E poi mettersi in viaggio, Il sole sorgerà domani, Da qualche parte sul lato est del dolore, Non dargli un motivo per seguirlo, Lascia che accada, e poi lascialo andare”. E tutto è pulito, nulla è fuori posto oppure troppo protagonista, le chitarre elettriche e i violini, le slide e la tastiere atmosferiche, i fiati (si, proprio i fiati, che non c’entrano nulla con un certo tipo di folk, ma che sono perfetti a creare un atmosfera da band militare, da epica delle praterie). Ma forse il momento più puro (perfetto, nel suo dolore immutabile) è quello di Remember Everything, solita storia di un’amicizia diluita nel troppo whiskey: “Una spalla fredda all’orario di chiusura, Mi stavi implorando di restare finché non fosse sorto il sole, Vengono fuori parole strane, Della bocca di un uomo adulto, Quando la sua mente è distrutta, Immagini e tempo che passa, Sorridi così solo quando bevi, Vorrei non averlo fatto, ma lo faccio adesso, Ricordo ogni momento delle notti con te”. Solito disco da cuori infranti, da cuori forti, da romanticismo implacabile. Zach (a differenza di bei musicisti come Matt Andersen o Robert Jon) gioca a levare gli strumenti, a pulire la scena come fosse un barman che rimette in ordine il bancone del pub dalle parti di Tulsa o Shawnee, indifferente alla richiesta di esagerare con un nuovo rye. Tutto è misurato, selezionato, affinché le emozioni emergano pure e senza aggiunte. Senza alcuna rielaborazione. Senza photoshop. Come in fin dei conti va la vita.

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